Di un viaggio in mare

Il titolo, certamente, lascerà pensare che qui si va a sbattere o nei mari del Sud, finendo aggrappati ad un albero troncato dal tifone o, quanto meno, a battere i denti in mezzo ai ghiacci polari. Dato —invece- che si resta nello stesso mare che accoglie "bikini" e "slips" a Viareggio, a Capri, a Rimini ed al Lido, rischio di dare una bella delusione agli eventuali lettori con relativa gran brutta figura.

In ogni modo andò proprio così. Un giorno dovevo rientrare in Italia e poiché mi, convenne, per ragioni economiche, mi imbarcai sul "Lus", un modesto carghetto da 457 tonnellate di stazza che in 8 giorni, così mi fu assicurato, mi avrebbe portato da Beirut a Genova, via Alessandria.

Le navi postali dell'Adriatica ci mettevano cinque giorni, ma dato l'economia e il tempo che non avevo troppo ristretto, decise che tre giorni in più valevano la posta. E così una sera di ottobre partii. A bordo c'era poca merce, il carico avremmo dovuto completarlo ad Alessandria, nonché il capitano, quattordici uomini d'equipaggio ed io, il solo passeggero. Mi venne assegnata una cabina all' estrema poppa, meno angusta di quanto le dimensioni della nave lasciassero di sperare.

Al tramonto uscimmo dal porto di Beirut e dopo poco venne servita la cena che consumai nella saletta soggiorno-pranzo, insieme agli ufficiali.

Prima ancora di arrivare alla frutta, mi accorsi che il mio piede marino mal si adattava a quella scarpetta che era il "Linosa". Il mare era calmo, si; ma la nave dondolava ugualmente e non potei fare a meno di risentirne. Perciò il viaggio si iniziò subito sotto le tristi insegne del mal di mare. Mi rifugiai in cabina, dove accoccolato nella cuccetta, osservando il va e vieni ordinato, a seconda delle inclinazioni della nave, dei vari oggetti da toilette sulla mensolina del lavandino, cominciò a andar meglio e mi addormentai, con un piede fuori dell'oblò per acquistare fresco e spazio.

La mattina mi alzai e mi sembrava di stare bene, ma come mi accinsi a farmi la barba, il tu per tu con la mia immagine riflessa nello specchio, risvegliò immediatamente le nausee. Così salii in fretta sul ponte. Era una mattinata limpida, con una brezza tesa che increspava il mare azzurro cupo.

Navigavamo al largo delle coste di Palestina e la vicinanza della terra ce la segnalavano vari tipi di uccelli che ogni tanto si posavano sugli alberi del Linosa. A Nord la vela bianca di una goletta spariva e appariva tra le onde. "E' un Greco che fa rotta su Porto Saidde" disse alle mie spalle una voce toscana. Mi voltai; era un giovanottone robusto, dal viso franco e aperto. Si chiamava, come seppi dopo, Lepri ed era di Viareggio, imbarcato come 3 0 macchinista. "E un va, eh?" aggiunse, riferendosi a me a sua volta, che il mio viso doveva sufficientemente illustrare le mie condizioni. "Prenda qualcosa di solido. Vedrà, gli farà bene" disse ancora il Lepri.

Io, di mangiare n'avevo voglia tanto poco, ma mi lasciai convincere e così feci la conoscenza anche del cuoco, un tipo di mezza età, dell'Isola d'Ischia.

Dopo poco masticavo senza convinzione un panino imbottito con acciughe che, a quanto pare, sarebbe il toccasana per il mal di mare.

E brutto avere il mal di mare anche su una nave passeggeri, ma almeno li si è in tanti a soffrire; qui invece, ero solo, ero "il passeggero" e la vergogna di stare male, difronte all'equipaggio, me la godevo tutta io.

Facendomi forza, cercai di familiarizzarmi con la nave. Salii in plancia e ci trovai il capitano, un simpatico genovese che in tempi migliori aveva comandato una nave di linea regolare tra l'Italia e il Portogallo. Era basso e tondo, con un viso rubizzo, allungato da un pizzetto mefistofelico, adattissimo al mento dei medici condotti di una volta.

Il comandante alzò il capo dalla carta nautica e "Ma lei soffre il mare" esclamò, subito "ma come mai? Ma se la nave non si muove?" Mi strinsi meschinamente nelle spalle e tacqui. Fingendo disinteresse, domandai, poi, quando saremo giunti ad Alessandria, sperando che fosse in giornata.

Invece, seppi che, se la macchina si portava bene, saremmo giunti l'indomani mattina!

Me ne tornai sul ponte e stetti tutta la mattina steso su una sedia a sdraio, così immobile che una specie di falchetto marino venne a posarmisi su un ginocchio, non so se per riposarsi o per vedere se ero morto. Non mi mossi e l'uccello, dopo un po', se ne andò. "Avesse dovuto accopparlo" mi sentii urlare da un marinaio che aveva visto la scena e che da questa sola frase si può capire come sarebbe stato bene Presidente Onorario della Società Protettrice degli Animali!

A mezzo giorno, per non subire l'onta di vedermi sfilare dinanzi tutto l'equipaggio, tutti commiserandomi, tutti dandomi un consiglio, mi feci forza e andai a tavola. Lì conobbi il Secondo, altro genovese, il terzo ufficiale carrarese, il Capo macchinista romagnolo e il 20 macchinista, Fioretti, viareggino e cugino di Lepri. Era una tavolata di gente simpatica, di buon appetito e, a giudicare dal va e vieni delle bottiglie, molto assetata. Dopo mangiato -gli altri, che io veci le viste- me ne tornai in cabina e ci stetti fino al mattino dopo, senza nemmeno andare a cena.

La mattina dopo, finalmente, arrivammo ad Alessandria e qui ci aspettava la prima sorpresa; l'agente della Compagnia, venutoci incontro su una lancia, ci informò subito che, causa certi disguidi, nonché uno sciopero di camionisti, la merce che dovevamo imbarcare —per la storia, 500 tonnellate di rottami di ferro, residuati di guerra- non era giunta e che anzi si trovava ancora insabbiata ad Al-Alamein. Quindi non potevamo caricare.

L'armatore avvertito aveva dato ordine che il Linosa attendesse di poter imbarcare. Così eravamo bloccati ad Alessandria.

Il secondo avvenimento degno di nota fu l'attacco che subimmo e che poi doveva susseguirsi ad ondate successive, da parte della polizia, della dogana e della capitaneria del porto egiziani. Non era un attacco alle persone, ma alla cambusa della povera nave. A scaglioni di due o tre funzionari alla volta, salivano a bordo, davano un'ennesima occhiata alle carte di bordo, domandavano frettolosamente, tanto per salvarla faccia, se avevamo armi a bordo e poi si installavano a tavola e volevano da mangiare. Il cuoco ci diventava idrofobo dalla rabbia e scaraventava i cibi sulla tavola, ma quelli ridevano e pappavano e, dopo aver finito, si prendevano anche i "souvenirs", sotto forma di scatolette, frutta, sigarette, ecc.

Se ne erano appena andati quelli della dogana ed il cuoco aveva appena finito di togliere le rare briciole, che giungevano quelli della polizia, seguiti poi a regolare intervallo, da quelli della capitaneria e poi, di nuovo, dai doganieri.

Io, ad ogni arrembaggio, mi rendevo immediatamente reperibile dinanzi alla porta della mia cabina che tanto finivano tutti per venire ad intervistare "il passeggero" e chiedermi se non ero ebreo (c'era stata da poco la guerra tra arabi ed ebrei), se avevo rivoltelle o bombe in valigia, magari anche da vendere e così via.

Fu, insomma, un va e vieni, se si vuole ordinato e metodico, che in 48 ore fece un vuoto nella dispensa da impressionare.

In seguito, apprendemmo che quei funzionari se non si arrangiavano così per soddisfare le bizze della pancia, con le poche piastre che loro dava il governo di allora, c'era ben poco da fare.

Insomma, quella mattina entrammo nella vastissima rada di Alessandria e trovatoci un buchetto fra due grandi mercantili, attraccammo.

A me, l'aria del porto, mi aveva rimesso completamente ed istantaneamente, nonché restituito tutto l'appetito, sicché più volte feci parte, in qualità di valente ausiliario, delle squadre d'assalto egiziane sopra ricordate. Scesi anche a terra, quel giorno, insieme al capitano e dopo aver infranto per miracolo quella specie di linea Maginot di mendicanti che circonda la zona del porto, andammo un po' a zonzo per Alessandria.

E così cominciarono gli "ozii alessandrini"; ogni mattina sembrava che potessimo caricare ed invece ti arrivava l'agente con una faccia che bastava per far esclamare a Lepri: "ai, anch'oggi un s'imbarca!" E così era e noi dovevamo aspettare, che non potevamo partire a vuoto.

Il terzo giorno mi decisi a scrivere a casa, ai miei a Beirut, che ero lì, fermo ad Alessandria d'Egitto.

Intanto mi organizzavo; avevo stretto amicizia cordiale con tutti a bordo, passavamo lunghe ore a tavola, divoravo la magra biblioteca del comandante, imparavo a lavarmi e stirarmi una camicia, con il risultato di ritrovarmi con tutte le camicie di uno strano colore "pulce", facendomi una cultura —nel contempo- in fatto di moccoli, mi ricoprivo lentamente, ma sicuramente, i vestiti di frittelle, finché Lepri, misericordioso, non mi prestò una tuta e davo una mano a verniciare la nave. Già, perché quello della verniciatura è un rito e una tradizione tutta particolare sulle navi. Quando su una nave —come ho avuto occasione di constatare anche in seguito su alu•i battelli- quando su una nave non c'è proprio più nulla da fare, ecco che compaiono, come i conigli dal cilindro del prestigiatore, i secchielli della vernice ed i pennelli.

Su una nave c'è sempre qualche punto o qualcosa da verniciare. E' come la tela di Penelope, il giorno si vernicia e la notte qualcuno deve necessariamente cancellare, poiché il giorno dopo siamo daccapo e non si finisce mai. Perciò sulle navi c'è sempre quell'odorino di pittura fresca e non ti ci puoi aggirare cinque minuti distrattamente, senza ritrovarti uno sbaffo nero sulla manica, un rosso nei pantaloni ed almeno uno bianco nella schiena.

A guardia della nave, c'era un povero poliziotto, sempre lo stesso, che dormiva lì e mangiava —buon per lui- lì. Stava tutto ciondoloni su una sedia in cima alla scaletta; ogni tanto si scuoteva, si rizzava a rate e strascicando il fucilone, impugnato per la canna, faceva una ricognizione nei paraggi del cuoco. "Coco, dammi formaggio, Coco, dammi sapone, Coco, dammi sigarette, Coco, dammi pane" e così via, finché un giorno sentii il cuoco che gli diceva, con voce stranamente calma: "Sai cosa ti do, ora?" "Si, cosa dai?" rispose l'armigero, speranzoso. "Ti do tanti di quei calci in c proruppe allora il cuoco in un crescendo di bile lungamente trattenuta che non potrai sederti per un mese!

Decisamente il povero cuoco ci si stava guastando il fegato e l'affare del whisky rischiò di provocare una tragedia. Ogni giorno era una processione a bordo di venditori ambulanti i più disparati, che, pagato il pedaggio alla sentinella, ci assediavano instancabili per ore ed ore, offrendoci lame da barba, scatole di datteri, scarpe, borse di cuoio con sopra l'effige delle piramidi, calzini, preservativi ed anche, come capitò proprio a me, camaleonti vivi "bravi per pigliare moschi e zanzari in cabina".

Un giorno arrivò un ragazzaccio con due bottiglie di "whisky", vero scotch e te le appioppò al cuoco per la modica somma di 1500 lire tutte e due.

Il nostro cuoco era raggiante per l'affare fatto e mi onorò di aprirne una affinché gli dicessi se era veramente "extra", come stava scritto sulla bottiglia. Tolsi il tappo e mi ci volle poco a capire che si trattava di tè e nemmeno zuccherato. Lo annunziai al cuoco, date le circostanze, come avrei potuto dirgli "E' morta soretta". Per quella volta il motto "Acca nisciuno è fesso" fece cilecca ed il cuoco, dopo aver vanamente cercato il venditore imbroglione che a quell'ora doveva aver già fatto miglia quante il pensiero, si accasciò sopraffatto dalle troppe prove. Nei giorni seguenti lo si poté vedere, acquattato dietro il parapetto, con una delle famose bottiglie agguantata per il collo, scrutare le banchine in cerca del truffatore che, fortunatamente non si fece più vedere, cosicché il fattaccio poté essere evitato.

Oltre ai venditori c'era il barbiere; un arabo vestito di nero lustro, con una valigetta di cartone spellato in mano, che pedinava per ore e ore le sue vittime, ripetendo in cantilena "Fatti la barba, fatti i capelli, fatti la barba, fatti i capelli" Alla fine, ci fu chi si arrese e fu così che stentammo a riconoscerci tra noi della nave! Poi adocchiò me e non ebbi più pace. Ero in cabina, sentivo bussare alla porta, aprivo ed era lui, già con le forbici in mano. Mi nascondevo su, vicino al fumaiolo, fra le maniche a vento e sbucava lui; rientravo da terra ed in cima alla scaletta mi attendeva lui. Cinque giorni durò l'assedio e mi battei con tutte le armi consentite dalla legge; prima con la gentilezza, poi con la persuasione, quindi con gli urlacci e anche con qualche gomitata, ma alla fine non ne potei più. Mi buttai su uno sgabello e gli dissi: "Fai pure", come se gli avessi detto "ammazzami".

Ne uscii con una pettinatura che era qualcosa di mezzo fra quella di un moicano e quella del lottatore Raicevich, ma riuscii, tuttavia, ad evitare lo spruzzo finale di "profumo colonia". In quei giorni feci anche il turista e visitai ogni quartiere di Alessandria, anche la villetta dove finì i suoi giorni il Re Vittorio Emanuele 1110. Il settimo giorno riscrissi a Beirut che ero ancora ad Alessandria e seppi poi che la notizia destò qualche perplessità in famiglia dove mi pensavano già in Italia. L'ottavo giorno, finalmente, arrivò l'agente con nuova faccia e Lepri disse subito "Oggi si 'ariha". Infatti, poco dopo, arrivarono i primi 4 autocarri carichi di residui metallici del grande spicinio di El-Alamein e dietro gli autocarri, la brancata vociante di scaricatori in camicione. Cominciò l'imbarco e non erano passati cinque minuti che già mi accorgevo che di quel passo, per imbarcare 500 tonnellate, ci sarebbero voluti almeno 6 mesi! L'urlio era tanto e i natanti, anche, ma di roba a bordo ne saliva poca. Ogni tanto, anzi assai spesso, c'era la riposatina; inoltre, i pezzi un po' più pesanti se li passavano di mano in mano, in catena, cantando —dice per aiutarsi- una nenia. Ad ogni momento sorgevano contestazioni, non si sa per quale motivo e bisognava attendere che la calma si ristabilisse.

Una buona parte del branco era salita a bordo, per la manovra dei bighi e se ne stavano appollaiati un po' da per tutto si da sembrare, con i loro tonaconi bianchi, un bucato mal riuscito sciorinato al sole. Naturalmente, poi, quelli a bordo, elevatisi di rango in virtù di questo, non facevano che lanciare invettive a quelli rimasti a terra.

Ad un certo punto avvenne un curioso incidente; uno degli arabi che manovrava un bigo, si avvicinò un po' troppo al motore e l'asse di questo gli agganciò il camicione, glielo avvolse con un movimento vorticoso ed in un battibaleno l'arabo rimase nudo come un verme e dolorante per il violento strappone.

Allora cominciarono i reclami; il lavoro, s'intende, fu sospeso e l'arabo che trovò subito cento avvocati fra la folla, piagnucolando chiedeva trenta sterline per ricomprarsi il vestito e ripagarsi lo spavento. Alla fine, dopo quasi un'ora di vociferare, di moccoli in varie lingue e dialetti, di sventolio di pugni, in un clima da presa della Bastiglia, con 50 piastre fu sedata la causa.

Il 120 giorno avevamo imbarcato soltanto 250 tonnellate e improvvisamente non arrivarono più rottami. Giunse, invece, il solito agente con la faccia no 1 e Petri commentò "Vai, un si 'ariha più!" Infatti, c'era uno sciopero dei camionisti o non so quale altro incidente. L'armatore telegrafò di partire immediatamente e di andare a completare il carico a Tobruk, Bengasi e Tripoli. La mia prima reazione l'impellente smania di sbarcare e andare a prendere un'altra nave, ma poi la prospettiva di vedere la Marmarica, la Cirenaica e la Tripolitania, mi allettò.

Conclusi, tutto da me, che altre navi non ce ne erano e rimasi sul Linosa.

Quel pomeriggio stesso, alle 4, partimmo. Eravamo appena usciti dal porto ed il pilota ci aveva appena lasciati, che il motore cominciò a starnutire: un paio di cilindri scioperavano! Il comandante ruggì nel telefono: "Macchinaaa, che bellinate mi state combinando?" E dalla macchina in una cornice di martellate e moccoli tosco-romagnoli venne risposto che bisognava fermare il motore per un poco, per poter controllare le valvole. Il Comandante era furioso. "Proprio qui, all'imboccatura del poto" gridava "sotto gli occhi di tutti! Avete avuto 12 giorni per riguardare codesto sacramento di motore e non sono bastati! Viva il mio bel vapore" proruppe levando gli occhi al cielo "ai tempi del carbone e della caldaia non ci si fermava mai"!

Fortunatamente dopo pochi minuti il motore riprese in pieno e ci rimettemmo in rotta.

Non era passata un'ora, e me ne stavo in coperta cercando di apprezzare quando saremmo giunti in Italia, quando ti vedo passare di corsa il 20 ufficiale diretto al castello di prua e seguito da tutta la guardia franca dell'equipaggio "Ci sono i delfini" mi gridò qualcuno ed anch'io mi precipitai a prua.

Mi sporsi dal parapetto e scorsi subito un magnifico delfino, navigante appena sotto il pelo dell'acqua, con la coda che quasi sfiorava la ruota di prua, come se fosse lui a tirare la nave. Già il 20 ufficiale aveva armato una specie di arpione, assicurato ad una robusta corda. Lanciò e la punta di acciaio si infisse nella groppa del pesce. "Presoooo. Issa" e tutti, eravamo sei o sette; ci attaccammo alla corda a tirare come dannati. Nel colmo dello sforzo, la corda si spezzò come un filo di lana, con uno schianto secco e tutti quanti andammo a gambe ritte. Io, feci almeno dieci metri, prima di fermarmi contro l'argano della gru, dove mi ci sbucciai una caviglia. Del delfino, nessuna traccia; l'asta dell'arpione galleggiava lungo la fiancata, senza il ferro che era rimasto nelle carni della povera bestia.

Commentammo fino a buio la faccenda. La notte, che era calma e pervasa da uno strano effluvio che il vicino continente nero ci inviava, feci conoscenza con i pesci volanti. Nel chiaro di luna si vedevano sfrecciare dall'acqua, simili ad oggetti di alluminio, sfiorare le onde per 20, 30 metri, prima di rituffarsi. "Quelli sono i pesci più disgraziati del mare" mi diceva il Comandante " se stanno sotto, se li pappano i delfini che ne sono ghiotti e quando vengono fuori e volano, ci sono i gabbiani ad aspettarli" La mattina ne trovammo alcuni morti, sopra coperta. Nei loro pazzi voli notturni, erano venuti a cadere sopra il Linosa che era di tolda bassa. Li mangiarono i marinai, dato che sono prelibati.

All'alba, in un mare come l'olio, eravamo al traverso di Marsa Matruk. La costa africana si scorgeva a Sud, gialla di sabbia ed arsa di sole. Navigammo tutto il giorno in vista della terra e così seguimmo parallelamente quella via che anni prima era stato il calvario delle nostre gloriose truppe d'Affrica: Marsa Matruk, Sidi Barrani, Solloum, Bardia e finalmente Tobruk.

Tobruk, se non fosse stata la carta a dirci che ci eravamo, non sarebbe stato facile trovarla. Era tutta un cumulo sparso di rovine, un ammasso di pietre e ferraglie calcinate dal fuoco e arroventate dal sole spietato. Che squallore! La baia tutta circondata da uno scalone di rocce aride, sulle rive i resti frantumati di quello che furono le installazioni portuali. Im mare, i relitti di alcune navi, fra le quali, all'entrata del porto, l'epico incrociatore "San Giorgio". Difronte a noi, sul costone sopra l'altra riva, lo stele che ricorda il punto ove precipitò Italo Balbo. Nemmeno una pianta nel raggio visivo, ne una macchia di verde; solo pietrame, mura crollate, calcestruzzo disintegrato, ferraglie contorte e rocce, sabbia, rocce e sole... Laggiù, sulla strada che porta verso Sud, ogni tanto passava —in una nuvolata di polvere rugginosa- un'automobile militare inglese della base britannica di El Mechili.

Appena giunti, dalle rovine di una grande costruzione che fu certamente una caserma, uscirono un gruppo di gente che, dagli abiti e dalla tinta, classificai arabi. Avvicinatisi sottobordo, quale fu la mia sorpresa di sentirli parlare italiano, italiano d'Italia, ed italiani infatti erano, operai di una impresa di ricuperi che stava ripulendo la rada dei relitti delle navi affondate.

Erano mesi che stavano a Tobruk e dal sole erano diventati neri come gli arabi e come questi erano ormai vestiti.

Restammo due giorni a Tobruk a caricare rottami, rottami due volte: delle battaglie e della nostra sfortunata storia, l'unica, ultima contropartita che ci veniva da quella che fu la "quarta sponda". Poi, dovemmo proseguire per Bengasi.

Ancora 250 miglia che avremmo coperto in una trentina d'ore. Partimmo da Tobruk alle 11 di mattina, con un sole sfolgorante e con un mare che sembrava un immenso lago alpino da quanto era calmo e terso. In quello stesso pomeriggio apparvero all'orizzonte i primi contrafforti del "gebel" e l'indomani, nel primo pomeriggio, dopo aver attraversato una flottiglia di pescatori di spugne, attraccammo a Bengasi. Venne a bordo, alla riscontra, il pilota un "mister" inglese e per la prima volta vidi, a riva della lancia, la bandiera del senusso; verde, in onore all'Islam, con una mezzaluna e due spade dorate. Bengasi non era così desolata e rovinata come Tobruk, ma sotto alcuni aspetti faceva ancora più pena.

La, almeno, non c'era rimasto più nulla e solo il rimpianto delle cose create ed ora distrutte, poteva sorgere nell'animo; ma qui, tante belle case, palazzi, ville, strade, viali, installazioni varie erano o minimamente danneggiati o intatti e versavano, nel contempo, nel più completo abbandono. Quindi, al rimpianto si univa un senso di profonda amarezza nel vedere il frutto di tanto lavoro e di tanta spesa, così trascurato, così inutilizzato, così sprecato. Gli inglesi che avevano, ed avranno ancora, loro basi nei dintorni di Bengasi, occupavano quelle installazioni e ville che loro abbisognavano e quelle avevano ripristinate e riallestite dei vari servizi elettrici, idraulici, ecc.: Il resto, ciò che a loro non serviva, ed era la massima parte della città, era abbandonato a sé stesso, in un abbandono che durava ormai da molti anni. Gli arabi preferivano vivere (non potrei, tuttavia, controllare e analizzare questa loro preferenza) nei loro vecchi quartieri fatti di casupole terrose, calcinate dal sole, oppure accamparsi in tenda e così i bei palazzi moderni della città, tutto ciò che il "ventennio", aveva costruito qui ed ora, bisogna dirlo, molto bello, -certamente troppo l'uno e l'altro-, le ville, i negozi, si presentavano vuoti, nudi, a suggerire l'impressione di celle mortuarie profanate.

Tutto, intorno, ricordava l'Italia, un'Italia cosiddetta "Imperiale" ma sempre e non meno Italia e sembrava stano di non vedere apparire, da un momento all'altro, ad un angolo di uno di quei viali deserti, un gagliardetto ed un corteo in orbace e stivaloni e sonate di canti. Sulle mura, i "tireremo diritto", i "Duci hanno sempre ragione" ed alteri motti fatti di solchi, di spade, di volontà che non si piegano, si sprecavano e nessuno si era preso la cura di incatramarli o imbiancarli, come da noi. Infatti, per gli arabi, fatalisti come sono, quelle parole non rappresentavano nulla, poiché sempre, anche "allora", nulla avevano rappresentato. Per gli inglesi poi, da gente pratica, realista, che guarda "al sodo" quelle frasi risultavano troppo innocue perché valesse la pena di occuparsene. E così, sui tombini della fognatura e delle canalizzazioni c'erano ancora gli stemmi con fascio e scudo sabaudo; così pure sulle cassette della posta. In un caffè dove un giorno presi un vermouth, mi colpì la fotografia di Giorgio Vin appesa al muro e sotto, quasi ne fosse la leggenda, un cartellino con scritto, in italiano, "Qui non si fa credito a nessuno". Mi chiesi, combinazione? Accostamento tendenzioso? Chissà.

La popolazione araba viveva nettamente staccata dagli inglesi; nessuna familiarità, ne fraternizzazione, ne mescolamento. Le due parti vivevano come se per l'una, l'altra non esistesse. E quando un militare inglese passava nella via, gli arabi descrivevano un semicerchio per lasciargli più spazio. "italiani, molto bravi. Con noi come fratelli" così mi sussurrò uno della polizia del Senusso, mettendomi un braccio sulle spalle, per illustrarmi l'antica fratellanza!

"italiani, molto bravi. Con noi come fratelli" così mi sussurrò uno della polizia del Senusso, mettendomi un braccio sulle spalle, per illustrarmi l'antica fratellanza!

Perfino sui vespasiani, gli inglesi avevano affisso il marchio risultante dalle loro ideologie e sistemi. Infatti, quei vespasiani a due entrate, portavano su una di queste un cartellino "European only" e sull'altra "Natives". Io, che ebbi a servirmi di questa istituzione, mi affrettai a correggermi, dato che stavo per liberarmi tra i "Natives".

Restammo cinque giorni a Bengasi a caricare le solite ferraglie e fu una visita triste, come quella alla moglie di un caro amico morto. Finalmente, completammo il carico e l'armatore ci dette il "via" per il ritorno. Telegrafai a Beirut, a casa, "Sailing today to Italy", già perché l'italiano non era ammesso come lingua telegrafica e salpammo un tardo pomeriggio, salutati da una folla di arabi e di pescatori di spugne greci che erano tutti delle ex nostre isole del Dodecaneso.

Che sollievo e che piacere vedere finalmente la prua a Nord! Navigammo 48 ore in un mare scomposto da venti sempre più freschi. La prima sera dopo la partenza da Bengasi avemmo la prima lieta sorpresa. Armeggiando intorno alla radio che fino allora non ci aveva potuto rifilare, poverina, piccina com'era, che tremolanti nenie arabe, ad un tratto sentimmo un fischiettare d'uccellino. Era il famoso uccellino della RAI e fu l'unico suono e lo trovai simpatico, macché simpatico, delizioso, magnifico. Ci riportava a casa, se Dio vuole!

Il pomeriggio seguente, quando eravamo ormai a circa 40 miglia da Capo Passero ed in vista della cima dell'Etna sospesa sulle nubi, ci capitò l'ultimo "fuoriprogramma". Avvistammo un lontano peschereccio, sul quale un uomo sventolava un panno.

Accostammo subito e giunti a portata di voce, apprendemmo che si trattava di un battello di Taranto, cui la tempesta aveva strappato le vele e scassato il motore. Era alla deriva da decine d'ore e l'equipaggio sfinito ci chiese di rimorchiarli al porto più vicino. Fu una gioia a bordo nostro: non soltanto perché salvare qualcuno fa sempre piacere, ma anche perché, secondo le leggi del mare, alla nave salvatrice andava —se non mi sbaglio- un trenta per cento del valore della nave salvata, quale compenso. In questa aliquota, una parte sarebbe stata ripartita tra l'equipaggio del "Linosa". Perciò, prima ancora che la gomena di rimorchio fosse stata fissata, già correvano sul "Linosa" cifre di stima e di quote parte!

Io, d'alto canto, mi dissi che il porto più vicino sarebbe stato senz'altro molto più a sud di Genova e, in linea di principio, munito di ferrovia; quindi, sarei potuto arrivare a casa qualche giorno prima, poiché checché se ne dica delle FF.SS., i suoi treni fanno sempre un po' più dei 10 nodi del Linosa!

Facemmo immediatamente rotta su Messina, col peschereccio a rimorchio ed arrivammo in porto a buio. Era l'Italia, dopo 24

giorni di viaggio e 2 anni di lontananza. Il pilota che venne a bordo lo sento sempre bestemmiare come i… turchi dai quali provenivo, poiché arrampicandosi a bordo, scelse proprio un punto della murata e del parapetto che erano stati, tanto per non cambiare, verniciati di fresco e lui aveva il vestito delle circostanze che la nostra nave era arrivata senza segnalazione e nessuno l'aspettava.

La prima cosa che feci, appena la fiancata del Linosa urtò la banchina, sbarcai, corsi alla stazione ed acquistai un biglietto di 2A sul primo treno per Firenze.

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