La casentina rossa
Un racconto a proposito di una volpe smaliziata che finì bavero di pelliccia, mi ha fatto tornare a mente la mia "Casentina" rossa, cioè uno di quei pastranoni fatti di stoffa casereccia con lana del Casentino.
Dire la "mia casentina è un po' un abuso poiché a me il cappotto venne di rigiro dal mio babbo, dopo che l'ebbi -fatto tanto la corte, aspettando di crescere abbastanza per riempirlo senza bisogno di riadattarlo.
Mio padre era toscano, pittore e burlettone il che, se mescolato bene -come penso fu il caso- da una ricetta che ronza da vicino l'anarchia o meglio quel composto di anticonformismo, di menefreghismo e di amore per la beffa che ha sempre caratterizzato l'anarchismo alla Toscana.
Era perciò, del tutto naturale che il babbo si facesse la "casentina", nel tono più prossimo al rosso acceso, con baverone di volpe nostrale e foderata verde panno da bigliardo. E fin qui nulla di speciale, perché dalle nostre parti, quand'ero ragazzo, di uomini in rosso e arancione -c'erano anche le casentine marrone, ma dirazzavano- se ne vedevano parecchi, in inverno. Ma mio padre, con quel po' di palandrone fiammeggiante andò a Londra e a Parigi e perciò, riconosciamolo, avevo ragione di tirar fuori l'anarchia, ecc. ecc., tanto più che per completare l'abbigliamento e finire, come dirò più avanti, per paralizzare il traffico di Piccadilly Circus, si portò dietro anche un ombrellone d'incerato verde, di quelli col manico di legno grezzo che termina ad uncino.
Egli, infatti, in quell'epoca -s'era nel 1933- fece una esposizione personale a Londra e, barbato come ho detto, sbarcò una mattina a "Victoria Station".
Pare che gli amici inglesi che erano ad aspettarlo, sebbene lo conoscessero da anni, quando se lo videro davanti tutto ammantato di rosso e con quella sventola d'ombrello verde in
mano, furono presi alla sprovvista e chi si mise a consultare gli orari e chi ad allacciarsi una scarpa, fingendo d'essere lì per caso.
Comunque, si verificò subito il primo attruppamento di folla dei tanti che movimentavano il soggiorno di mio padre a Londra.
Quella casentina rossa fece veramente scalpore. Per la strada, distinti gentlemen si toglievano la pipa di bocca e rimanevano impalati a guardarla; i bambini tiravano le sottane alle madri e gridavano eccitati: "Look, look the red man".
Se mio padre entrava in un negozio, dopo un minuto dalla gente che vi si raccoglieva, sembrava ci fosse una vendita reclame; quando passava da Hyde Park il pubblico dei conferenzieri che vi si cimentavano, piantava in asso gli oratori e si metteva a seguirlo a rispettosa distanza.
Più di una persona chiese di provare il cappotto e volle indicazioni sul tipo del tessuto e l'indirizzo del sarto. I poliziotti, i famosi "policeman", lo guardavano un po' preoccupati e addirittura inquieti se, putacaso, mio padre andava a gironzolare dalle parti di Buckingham Palace.
La padrona della pensione dove mio babbo alloggiava, un giorno -dopo essersi scusata tanto- gli propose di accettare in prestito un cappotto del marito e poiché babbo rifiutò, allora ogni mattina gli decantava il bellissimo tempo che faceva, il caldo che era già arrivato prematuramente e, per dar credito alle parole, s'infilava -la brava donna, e s'era in febbraio! - vestiti di seta a "pois" e cappellini con le margherite finte!
A Parigi, poi, la casentina rossa fece il suo ingresso nella politica. Quando, infatti, mio padre arrivò in Francia, il "Fronte Popolare" era in piena agitazione e vi regnava un clima da rivoluzione, con le barricate nelle strade e scontri continui fra le "sinistre" e le forze dell'ordine. Appena uscito dalla "Gare du Nord", babbo si trovò proprio davanti ad un corteo di dimostranti e quali, vederlo e tributargli ovazioni e applausi calorosi, fu tutt'una.
Certamente per loro, quell'uomo di rosso vestito non poteva essere che un sostenitore convinto, un propagandista di marca o, magari, qualche pezzo grosso del partito! Qualche anno più tardi mio padre si trasferì nel Medio Oriente e ritenendo, a ragione, che sole dei tropici e lana del Casentino stessero male insieme, lasciò il pastranone a me che ero rimasto in Italia.
Io attesi di riempire bene le spalle e una sera di strizzone, a Firenze dov'ero a studiare, uscii di casa con tutto quel rosso addosso.
All'angolo di Via degli Alfani con Via Cavour avevo appuntamento con degli amici, per andare al cinematografo. Quando questi mi videro, rimasero interdetti; uno di loro si scusò subito, sostenendo che doveva ritornare a studiare, due altri dissero che non c'era un film da vedersi e che perciò preferivano andare a dormire, l'ultimo resistette fino a Piazza del Duomo e poi sbottò che se ci tenevo a girare in pubblico travestito da "Fanfulla" (Fanfulla era un comico di varietà di quell'epoca, noto facessi senza di lui. Così rimasi solo e mi ricordo che finii sui lungarni a provare come la mia casentina si comportasse a tu per tu con le raffiche della tramontana.
Col passar del tempo, mi accorsi che effettivamente davo un po' troppo nell'occhio e perfino la mia fidanzata trovava mille scuse per non tenermi più a braccetto e per camminare invece scostata da me. Perciò mi decisi a far tingere la casentina da rosso a marrone e allorché, io pure mi trasferii nel Medio Oriente, me la portai dietro.
Laggiù non me la misi mai per l'uso a cui era destinata, perché a quelle latitudini ci sarebbe stato il rischio di morire per combustione interna. Quindi, pian piano, le tignole si fecero coraggio e cominciarono a desinarci dentro.
Prima che finisse, mi venne l'idea di adoperarla per travestirmi da Babbo Natale. Così, la sera di un 24 dicembre, dopo essermi imbottito di cuscini per far pancia e groppone finti, la indossai a rovescio, col foderone verde -cioè- all'esterno e, tutto bardato e truccato come si conviene, mi accinsi a fare il "Ceppo" ai miei bambini.
Devo precisare che abitavamo fuori città e che intorno alla casa c'era una specie di giardino che io avrei dovuto attraversare per entrare nell'abitazione, dopo essere uscito per una porta secondaria. Eccomi dunque uscir dalla porticina, con quella zimarra addosso, incappucciato, stivalato, carico del sacco dei balocchi che pencolava sul groppone finto, e, brancolando nel buio, avviarmi verso l'entrata principale.
Non avevo fatto che pochi passi quando, con un abbaiare furioso mi si avventò il cane del vicino che, preferendo la cucina nostra a quella del suo padrone, aveva eletto domicilio nel giardino.
Povera bestia, conciato com'ero non mi aveva riconosciuto ed ora latrava alla disperata e mi si scagliava contro e mi addentava la palandrana.
Io, impacciato da tutta quella roba che portavo, con i cuscini che cominciavano a scivolare e la barba che m'era andata di traverso e mi accecava, cercavo di rabbonirlo a bassa voce per non farmi sentire dai miei figliuoli.
Non ci riuscii, a quanto pare, perché il cane, con un ultimo ringhio, mi azzannò il sacco ed allo strattone che seguì, finimmo io, lui e tutto il resto, a rotoloni per terra.
Dopodiché, quella ormai frusta, logora, stinta casentina passò a dormire in qualche baule in soffitta.
Un giorno, chissà perché, mi venne in mente di tirarla fuori e la cercai, invano.
Modestamente, zitta, zitta, prima che le tignole la finissero, era uscita dalla mia vita.