La fiera
Oggi c'è la festa di Santa Fina. Ho preso un giorno di riposo e così gironzolo fra i banchi, come non mi capitava da tanto tempo. Alla mia età, purtroppo, si guarda piuttosto al passato che è tanto- poiché davanti c'è assai poco ed è meglio non pensarci. Perciò mi viene spontaneo di osservare come le cose sono cambiate, anche qui, nelle Fiere. Non voglio dire in peggio né in meglio. Sono cambiate e basta.
Oggi la fiera è soltanto un mercato più grande, più articolato, con i brigidini e i croccanti al posto delle mele e degli zucchini. La Fiera è dunque un mercatone, Una volta era anzitutto una Festa ed anche uno spettacolo in quei tempi in cui la pubblicità quasi non esisteva e non c'era la Televisione ad offre di tutto, attraverso giochi, scommesse e intrattenimenti vari: dai pannolini agli orologi, dalle automobili all'acqua minerale che ti fa fare "din-din".
Allora la forza del commercio e dell'offerta riposava soprattutto sull'abilità, sulla dialettica dei venditori, veri e propri imbonitori, simili a quei personaggi che si vedono nei films western, ritti sopra un carro a decantare miracolose pozioni che scongiuravano tutti i pericoli, dai raffreddori ai reumatismi, dal mal di denti ai parti prematuri e perfino dalle frecce dei pellerossa.
Si, era una specie di grande festa, dove certamente si potevano comprare tante cose che nei pochi negozi cittadini mancavano, ma era anche e soprattutto un'occasione, specie per le donne e i bambini del contado, di venire in Paese, dopo ore di cammino con le scarpe a tracolla per non consumarle o di lenti viaggi sui traballanti carri a buoi. Mi pare di rivederlo il Pecchia, impareggiabile mattatore di tessuti e coperte. Davanti al suo furgoncino -erano in pochi ad averlo. I più venivano con i barroccini a cavalli- c'era sempre una folla di gente disposta a semicerchio e lui lassù, dominandola, dando manate su pezze di stoffa e coperte di Prato, il tutto garantito di purissima lana, seta, cotone, berciava prezzi sempre più bassi, sempre più stracciati, finché il suo assistente non gli raccomandava: "Basta, ora basta, vai!" e il Pecchia finalmente si decideva a vendere: "Una a quella bella sposa là; una a quella massaia che ride; una a quel signore cò baffi" e così via. E spesso faceva anche un regalo. "Tenga sposa, insieme alla coperta le do questo paio di calzi notti. Vede, sono marroni come la cioccolata, così se il bambino piange glieli fa ciucciare... "
E mi ricordo di quello che vendeva una pomata risolutiva contro i calli ai piedi, fatta con grasso di marmotta -diceva lui! - Aveva una carrozzella scoperta, di quelle chiamate "baghere", da dove, in piedi, dominava la folla. Nel "baghere" teneva, in gabbia, una povera marmotta mezza spelacchiata e rincoglionita che avrebbe dovuto fischiare. Invece i fischi stridenti e acuti, li faceva lui per attirare l'attenzione. Per dimostrare che la sua pomata funzionava davvero, il venditore era circondato da un vasto campionario di calli rimossi chiusi in un barattolo di vetro. Alcuni di questi erano veramente mostruosi e credo che sarebbero andati larghi anche ad un elefante!
E poi quello che vendeva stovigliame, vantandone, tra l'altro, l'infrangibilità. Infatti buttava per aria bocce di vetro lasciandole rimbalzare, intatte, sul mattonato.
Il mio amico Beppe Berti ne fu affascinato e sacrificò la paghetta della settimana per comprarne due, di quelle bocce. La prima la ruppe subito in Chiasso d'Oro, dove si era fermato per fare una prova e la seconda andò in frantumi nella cucina di casa sua, davanti alla sù mamma, dapprima allibita e poi inviperita!
E c'era il giocatore delle tre carte. Operava dentro un ombrello aperto, rovesciato per terra e mi pareva avesse occhi a rotazione indipendente, come i camaleonti. Infatti con un occhio badava al gioco e con l'altro saettava sguardi sulla gente temendo l'apparizione del berretto della Guardia Bini o delle lucerne dei Carabinieri. Se ciò accadeva, chiudeva rapido l'ombrello e spariva.
Personaggio immancabile era poi il falso tedesco venditore di dubbie lamette da barba di falso acciaio "Solingen". Sempre vestito da quasi tirolese, con un cappellaccio ornato da una penna di tacchino -che doveva passare "d'aquila"- berciava "Ein, zwei, drei" contando i pacchetti di lamette ed erano le uniche parole di tedesco che sapesse. Faceva anche la barba gratis a qualche contadino un po' intimorito, ma in fondo contento di risparmiare il cinquantino già destinato a Ronza o a Tabano, barbieri sarti.
E che non fosse tedesco ma parecchio "nostrale" ne ebbi la conferma una sera quando, al termine della Fiera, lo sentii dire ad un altro bancarellaio "Nanni, oggi l'è andata maluccio, maremma boia!"
E c'era il sor Adamo, della Premiata Ditta A. Bonfanti, che veniva a vedere piante, specie d'ulivo. Si trattava bene, perché a mezzogiorno, non c'erano Santi, piantava tutto e desinava all'albergo del mi nonno. Non era ammesso sotto gli stucchi della sala da pranzo, ma nemmeno relegato in cucina. Mangiava in una stanza di passo, in una specie di Limbo, insomma. Aveva un paio di baffoni alla Radeski che qualche volta, dicevano le cameriere, si pettinava con la forchetta mentre aspettava le pietanze. Quando finiva di mangiare andava a pagare il conto direttamente al mio nonno e con un "Arrivederla alla prossima, sor Celestino" ritornava alle sue piante d'olivo, con uno stridio di acciaiole sulle mattonelle del corridoio.
Per noi ragazzi c'erano i balocchi. Pochi e sempre i soliti, ma per noi preziosi e spesso sogni irraggiungibili. Automobiline di latta con la carica fatta con una molla da sveglie, palle di gomma che si afflosciavano dopo dieci pedate, rivoltelline di piombo argentato che spruzzavano acqua e che, per questo, ci procuravano tanti scapaccioni e urlacci. C'erano, come tuttora ci sono resistendo al progresso e alla valanga dei moderni dolciumi, i brigidini, i croccanti e le "addormenta suocere". Queste, a quei tempi, credo avessero davvero quella funzione. Oggi si mangiano e basta. Infatti non c'è bisogno di addormentare nessuno! Ecco, il mio giro fra i banchi del passato è finito e sono ritornato a quelli del presente, tant'è vero che ho anche comprato un "collarino anti-pulci, anti-zecche, anti-ogni cosa", made in China, per la gatta. Alla quale, forse, non lo metterò mai.