La liberazione
Era il 13 luglio 1944, ma questo io e altri lo apprendemmo solo in seguito, poiché da tanto tempo da quando cioè la prima cannonata aveva seminato di morti piazza del Duomo, dieci quindici giorni prima, il tempo si era arrestato, confuso si era reso inidentificabile.
Come sempre la mattina verso l'alba le artiglierie tacevano; era la solita sosta delle due ore, in cui tutti quelli che abitavano vicini al rifugio ne approfittavano per fare una corsa a casa, per dare un'occhiata se c'era ancora, e questa ed il contenuto, per prendere di volata un altro bicchiere, un asciugamano, uno sgabello.
Io, che per fortuna, abitavo proprio in faccia al rifugio. in quelle ore di tregua facevo, ugualmente, una frettolosa apparizione in casa, ma non prendere altra roba che già tutto quello ci poteva essere utile l'avevo già preso, ma per lavarmi il viso con l'acqua del pozzo che quella corrente avevano provveduto le S.S. a togliercela da un bel pezzo e molto fragorosamente. Per farmi la barba, almeno ogni due o tre giorni e. mi si perdoni la necessità fisica per andare al gabinetto, poiché in quello del rifugio nemmeno col mitra puntato mi avrebbero convinto ad entrarci.
E qui devo dire che quei 5 minuti che passavo là dentro nello stanzino erano veramente penosi. Infatti, quando mi lavavo e mi radevo, me ne stavo giù nel cortile che avevo giudicato. da ex-allievo Ufficiale di Artiglieria. assai ben defilato contro i tiri degli americani; ma il gabinetto era al primo piano ed aveva il suo bravo finestrino proprio sulla parete Sud della casa, cioè proprio in faccia alle colline della Montagnola Senese già occupate dagli americani e da dove. questi. Intanto, ci scaraventavano addosso fior di cannonate.
Quindi me ne stavo li, discinto, come vuole il caso, ma con le cose disposte in modo da poter essere in assetto di corsa in pochi istanti, la testa piegata all'indietro per poter meglio inquadrare un'orecchia nel finestrino spalancato, dritta, vibrante per la tensione, pronta a raccogliere un eventuale, ormai ben noto, tonfo di cannonata in partenza.
Devo riconoscere che gli americani rispettarono sempre quelle mie condizioni di inferiorità e per farmi fare quelle corse pazze d'altre volte, aspettarono sempre che fossi coi pantaloni abbottonati. Quando avevo finito la mia sommaria toeletta, davo una rapida occhiata verso Castel S. Gimignano e San Donato, per vedere sulla strada si scorgesse, finalmente, un muso a stelle e strisce. Invece, nella prima mattina, il silenzio gravava sinistro, non un carro armato si vedeva, né un uomo, né un camion. La campagna era deserta né i bei bovi candidi macchiavano di bianco i lontani pendii, stimolati nel lento andare dalle amorose resie dei bifolchi, ne i galli cantavano; soltanto le ultime bave di nebbia si sfilacciavano tra i filari di viti ed i pioppi di lungo valle.
Solo, a rari intervalli, un tonfo lontano isolato, due o tre colpi di fucile, una nuvoletta di "shrapnel" ed era tutto.
Ma verso le otto, tutto ad un tratto, la solita batteria di £Long Tom" ci lanciava 4 sberle miagolanti, seguite ad intervalli regolari da altre da 105 e da qualche granata da 75 delle batterie della divisione "Goumiers".
Ed allora conveniva star buoni e fermi dentro al rifugio che i tetti volavano via come foglie, le mura crollavano, le schegge tamburellavano come grandine e l'ecrasite pigliava la gola. Pietra per pietra gli americani ci stavano buttando giù ciò che il tempo ci aveva risparmiato per 8 secoli. Ma nessuno o ben pochi se n e doleva: era il prezzo del riscatto!
Talvolta, nell'uscire di casa incontravo la povera nonna che veniva. anche Lei, a fare circa quello io avevo già fatto. E' vero, però, che nonna prendeva la tregua sul serio. Cioè con un'aria che non ammetteva assolutamente che in quelle due ore famose potessero piovere cannonate. Per Lei sembrava una cosa stabilita per legge inderogabile: dalle 6 alle 8 niente botte e ne era tanto sicura, nella sua ingenuità di povera donna, nata ai tempi del fucile ad acciarino, che gironzolava per casa come nei tempi andati. A dirle qualcosa, di affrettarsi, rispondeva con un "Sie" che voleva dire tutto!
Ed anche quella famosa mattina tutto si svolse come al solito. È vero che si aspettavano ormai gli americani da tanti giorni o forse da mesi, poiché li sapevamo vicini, tanto vicini da non crederci. La radio a batterie —per l'elettricità vedere quanto ho detto per l'acqua- di Alfio, l'elettricità del paese, ogni tanto diramava di rifugio in rifugio, per bocca di sgattaiolanti messaggeri, che gli americani avevano liberato Castel S. Gimignano, poi Ranza ed anche S. Donato, quest'ultimo a 5 km. dal paese, facendo così assurgere a località di rilievo, miseri agglomerati di case contadine, di aie e di polli a zonzo. "San Donato, sono a San Donato", cominciavano a dire molti, con entusiasmo prima e poi, che i giorni passavano, aggiungevano: "O che si deve andar a pigliarli colla carrozza"!
Devo dire anche che fra una cannonata e l'altra, il proposto era venuto nel rifugio a dir rosari e per spiegare che nel nostro settore avanzavano truppe marocchine e per raccomandare, quindi, di non dar loro vino quando sarebbero arrivati benché io mi domandassi come si possa rifiutare qualcosa a uno che con un fucile in mano se ne viene, lemme, lemme, da Cassino su, su, ammazzando gente- e che le donne si facessero veder poco e tante altre belle cose. Tali discorsi ci furono anche rifatti da Mister Mac Donnel, il prigioniero politico neozelandese liberato dal carcere locale dai partigiani ed a lui facemmo più credito che a Monsignore.
Ma torniamo a quella mattina. Verso le 6 e mezzo mi sollevai con la solita fatica, dal mucchio di sabbia e sassi che mi faceva da letto da tanti giorni, scossi l'umido cappottone militare che mi serviva da coperta e da "robe de chambre", detti un'occhiata a quelle 600 facce gialle, di sporco, di paura e di riflessi nella scialba luce dell'unica acetilene, a quei 600 corpi ammucchiati in quella tenebrosa, ma, grazie a Dio, solida cantina, sdraiati,
seduti, aggrovigliati sull'umido tufo, che vivevano lì, da giorni e settimane nel tanfo che l'unica buca funzionante da W.C. certamente non migliorava, fra il gridio ed i pianti dei bambini — ce n'erano circa 100, dei quali molti sotto i IO anni- le bestemmie e le preghiere degli adulti, i vaneggiamenti, i sogni e gli incubi e le resse delle distribuzioni di rancio.
Dunque, quella famosa mattina, tutto lasciava prevedere che essa trascorresse come le altre. Ero già stato nel famigerato posto avanzato del gabinetto, poi ero sceso in cortile, dove, molto più tranquillo, avevo attinto un gelido secchio d'acqua gelida e mi stavo lavando. Ad un tratto un vocio inconsueto mi giunse alle orecchie, attraverso il velo di sapone. In quei tempi, "rumor di grida" non poteva significare che tre cose: O le S.S., od aeroplani minaccianti, e. ...perdio, gli alleati! Che oltre sé no, avrebbe potuto far urlare e scalmanare la gente? Avevano visto le loro case andar giù ed erano stati più o meno cheti, avevano visto i loro parenti ed amici morti e avevano pianto in silenzio. Quanto a leticare, credete a me, nessuno ne aveva voglia. Anche la politica dormiva sotto le macerie e comunisti, repubblicani, democristiani, squadristi, si stringevano in quei bui sottoterra, come i polli alla notte, sul medesimo bastone.
Ecco, mi giunse distinta la voce di Feffi, forte della sua esperienza di bombardiere nella "14-18, se ne stava sempre un po' troppo a sberlocchiare sulla terrazza, malgrado gli appelli trepidanti di sua moglie e di Rossana. Devo dire, a proposito, che alla fine lo spettacolo gli costò caro, perché il pomeriggio stesso dell'arrivo degli alleati, Feffi che se ne stava, come al solito, sulla terrazza esposta a tutte le cannonate, come premio di liberazione, si ritrovò un occhiello nella pancia fattogli da una scheggia di mortaio tedesco.
Feffi, allora, vociava "Un sono tedeschi; son vestiti di giallo, con le ghette. Li ho visti venir su da Poggio Lugli!"
Più che l'asciugamano, mo' asciugò l'ansia ed in un battibaleno eccomi nella strada. Sulla porta del rifugio c'era un assembramento dei più coraggiosi e là volavano le notizie. "Li ho visti, sono neri", "sono loro", "finalmente", "in dosono", e moccoli, tanti, tanti moccoli a punteggiare bene, da bravi toscani, quelle frasi scalmanate.
Mi calco in capo —chissà perché- la mia bustina con tanto di stemma "70 Artiglieria" e mi avvio verso la Via di mezzo insieme a Mario. Giunti dinanzi alla Madonnina, come svoltammo l'angolo, si presentò ai miei occhi quello spettacolo che da mesi sognavo e che non potrò scordare. Quasi faccia a faccia ci imbattemmo in una pattuglia di soldati, macché soldati, di Dei scesi dall'Olimpo, così mi parvero quei pochi francesi avanzanti sulle lastre della vecchia strada, sullo sfondo delle desolate macerie. Un colonnello era con loro, mentre più in dietro, un sergente credo bestemmiasse in francese perché proprio all'entrata del paese aveva pestato una mina che scoppiando, fortunatamente l'aveva soltanto mezzo accecato di polvere e sassolini. Ci unimmo al gruppo e lo guidammo verso la Piazza della Cisterna per godere insieme a loro dello spettacolo che sicuramente ci attendeva: lo spiegamento delle bandiere alleate che noi stessi avevamo un mese prima dipinto su pezzi di tela rubati da Ilio a sua nonna merciaia e su lenzuola nuove di Teros e di Valino che dalla rabbia, quando se ne accorse, diventò quasi nazista. Dipinte dico, in casa del prete dello Scateni, andando di traverso e sbaffando, ogni qual volta un motore di mezzo tedesco od uno scarpone chiodato si facevano sentire vicini.
E le bandiere, infatti, erano tutte la, alle finestre dell'Hotel "La Cisterna": l'americana, l'inglese, la francese, la russa, l'italiana ed anche quella greca, quest'ultima in onore di quella ventina di condannati "politici" greci già ospiti del nostro penitenziario e poi passati nella resistenza. Finalmente esse vedevano la luce; la luce della rinascita e della liberazione, la luce per la quale erano state amorosamente approntate.
Poi, fu un'ora di delirio, di abbracci, di grida, di risa e di lacrime. Ricordo la figlia di Madame Curie, corrispondente di guerra, in tuta da G.I., scarpe a tacco alto e labbra dipinte, in testa alle prime pattuglie, ricordo la prima "Jeep" che mi deluse perché mi sembrava uscita pari pari da un film di Ridolini, ricordo un reporter ebreo ungherese, rifugiatosi già da tempo in paese, che si raccomandava a tutti gli ufficiali che incontrava affinché gli facessero ritrovare una sua bella Leica presagli da un intraprendente marocchino, ricordo anche la prima cannonata tedesca che sfioccò alta, improvvisa nel cielo festoso a prendere il posto di quelle alleate ed era a ricordarci che la guerra continuava.
Dopo, mentre rientravo verso il rifugio, mi accadde quello che avrebbe potuto fare di me o un fesso od un eroe-martire, a seconda delle interpretazioni dei posteri. In Via del Cerchio incontro una pattuglia di marocchini, cinque o sei, che venivano avanti, strisciando lungo i muri, fucili spianati e dita sui grilletti. Non so perché, mi piacquero subito pochino ed infatti sfoderai il mio miglior sorriso e presi un'andatura disinvolta; ma il primo Mohamed mi adocchiò come se avesse incontrato il Gen. Kesserling, mi si fa davanti, mi appoggia la bocca del fucile sullo stomaco e mi appiccica al muro, come un manifesto, mentre gli altri mi si fanno addosso altrettanto minacciosi. La mia camicia di ginestra grigio-verde e la mia bustina, riportate a casa dall'8 settembre, mi avevano reso un bel servizio! Con quelle poche parole di francese che sapevo, rese ancor più poche dalla paura, cercai di spiegare a quei bravi signori che ero loro amico, un partigiano e forse anche mussulmano. Ma quelli certamente braccavano tutte le occasioni per procurarsi una qualche decorazione, così soltanto dopo avermi frugato in tutti i cantucci, scosso, rigirato e maltrattato in arabo, finalmente mi lasciarono andare. E meno male che non avevo addosso nemmeno un castrino, perché altrimenti andava male davvero, che quella gente mi aveva tutta l'aria di volersi alleggerire di un paio di cartucce!
Con passo meno baldanzoso, mi rimuovo verso il rifugio e là vidi ciò che doveva farmi immediatamente dimenticare la recente paura. Davanti alla porta della cantina, stavano due enormi soldati, bianchi, perdio, e che riconobbi subito per non esser francesi. Dunque americani, finalmente!
Mi feci d'attorno, come un bambino intorno al carretto dei brigidini alla fiera; uno, il più magro, era un tenente, l'altro, uno di quei tipi che generalmente nei films western cambiano i connotati a quei famosi bar con cancellini a mezz'asta, un sottotenente. Questi aveva una guancia gonfia e pensai gli dolessero i denti, ma quando sputò tanto di quel sugo da affogare un cane, mi accorsi che in bocca aveva una palla di tabacco da masticare. Erano quelli che per tanti giorni aveva diretto il fuoco delle loro artiglierie contro di noi. Ma che importava! Erano arrivati, questo era l'essenziale! Tanto per dar sfogo alla mia smania, tanto per fare il primo approccio col mondo nuovo che veniva a liberarci, tanto per dimostrare la mia gioia, volli dire quella parola che da tanti giorni adattavo alla mia bocca "Welcome, you English?" Il demolitore di bar mi guardò in tralice e mi rispose: "No, Americans".
Certo, era così ed io lo sapevo, ma che volete farci, quel 13 luglio, fu un giorno così strano, così matto, così unico!