Ricordando la liberazione

Lungi da me tentare di aggiungere qualcosa di nuovo e di particolare interesse a quanto, con maggiore serietà e pertinenza, è stato già detto e scritto a proposi to di tale avvenimento.

Io, per aver vissuto quei giorni, mi limito ad alcune osservazioni di contorno, "di colore", come si dice. Intanto voglio dire che la tanto sospirata Liberazione ci arrivò sulla suola di gomma dei soldati della V Armata americana. Suola di gomma di quegli scarponi con la punta a fagiolo ma comodi, robusti con i quali -a dire il vero- gli alleati passeggiavano un po' troppo lentamente su per l'Italia. Erano scarpe che a noi, ritornati da non molto dal servizio militare nel Regio Esercito, ricordavano, con amarezza e invidia, le nostre fatte con autentico cartone.

(A me, quando andai "sotto le armi" me ne dettero un paio di pseudo vacchetta color naturale, cioè giallastre, mentre i gambali erano neri. Perciò toccò a noi tingerle di nero alla meno peggio. A tingerle, insieme ai gambali, evidentemente non ci avevano pensato!).

Veramente i primi ad arrivare a San Gimignano furono i "goumiers" marocchini del generale francese Juin. Da rispettare e ringraziare certamente, se non fosse stato che -a parte ammazzare i tedeschi- questi soldati dimostrarono troppo spesso che non sarebbero mai stati clienti interessanti per il Viagra!

I primi americani invece, erano artiglieri. Quelli, cioè, che in attesa di giungere qui ci avevano scoperchiato mezzo paese e procurato molti lutti. Ma era un prezzo da pagare se si voleva che i tedeschi si levassero finalmente dalle scatole.

Pochi giorni dopo la liberazione i marocchini vennero ritirati e rimasero solo gli americani che, in libera uscita, affollavano vie e piazze, facendo onori grandiosi ai nostri vini.

La guerra ovviamente continuava, ma le suola di gomma non sembravano aver furia. Tanto giocavano fuori casa!

Malaparte scrisse che un vecchietto fiorentino in attesa di poter attraversare, col suo carrettino, la via ostruita da un'incessante colonna di soldati, camions, carri armati americani, berciò loro: "ma perché non andate a fare la guerra a casa vostra?"

(E sempre Malaparte scrive che -ma questo c'entra poco con la Liberazione- un altro omino fiorentino indicando un americanone rubicondo, grasso, con un culone da far scoppiare i pantaloni, esclamò: "Se quello fa una curreggia in un sacco di farina, su Firenze c'è nebbia per un mese!").

Una delle differenze, tra le tante, che mi ricordo tra americani e tedeschi era il rumore che provocavano camminando.

Gli americani, "montati su gomma" facevano un fruscio come di foglie secche trascinate dal vento. Cento di loro che marciavano per il paese li udivi appena. Invece due tedeschi a porta S. Giovanni li sentivi fino a porta S: Matteo. Quei loro stivali chiodati facevano un tonfo cupo, sinistro che incuteva paura, che chetava perfino le cicale.

E poi, le armi. Gli americani, non appena potevano, si scaricavano di tutto: fucili, pistole, baionette, munizioni. Conservavano però l'elmetto. A quello sembravano affezionati e lo portavano, sempre, col sottogola slacciato e ciondoloni. I tedeschi le armi non le abbandonavano mai. Penso che persino dormissero abbracciati al Mauser,

Una volta ne vidi un gruppetto che facevano il bagno nell'Elsa. Avevano soltanto le mutande, un paio erano addirittura nudi, ma tutti col cinturone e la baionetta che li batteva sulle chiappe.

Gli americani dicevano sempre "amico" e "paisà" e ti mostravano foto di rotondette biondine lasciate nel Texas o nel Missouri.

I tedeschi prediligevano la parola "kaputt" e la pronunciavano in un modo da svegliare i bachi ai bambini.

Li americani, prima di avanzare di cento metri, rivoltavano per aria tutto quello che c'era davanti (Una jeep, dicevano, si costruisce in due ore. Per fare un soldato occorrono 18 anni!).

I tedeschi, invece, prima di ritirarsi radevano al suolo tutto ciò che si lasciavano dietro. E così ci ritrovammo a farci luce con candele riciclate struggendo vecchie sgocciolature di cera dentro tubetti di canna, a tirar l'acqua a secchi su dai pozzi, a passare a guado fiumi e torrenti.

Gli americani ci riempirono di scatolette di "meat and beans" di caramelle col buco, di gomma da masticare, di canottiere caki e di Lucky Strike.

I tedeschi battevano le campagne e, passati loro, non c'era più un pollo né una nana mutola. Qualche volta, finirono di grugnire anche scrofe pregne!

Cose, piccole cose ormai lontane. Ora, americani e tedeschi sono alleati, amici, combattono insieme altre guerre.

"Panta rei" dicevano i greci antichi. Già, tutto scorre, passa, cambia.

E sono cambiate, scolorite dal tempo, le "marsigliesi" rosse che sostituirono sui nostri tetti sventrati i vecchi coppi, le vecchie tegole. E scolorito, nel ricordo di pochi, è pure il fruscio di quelle di quelle suola di gomma, il tonfo di quegli stivali ferrati. Ed è meglio sia così.

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